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domenica 4 maggio 2014

Jodorowsky e la Psicomagia

L’uscita di un libro affascinante: ‘Psicomagia: una terapia panica’ (Feltrinelli, 1997) fornisce un’ottima occasione per parlare di Alejandro Jodorowsky.
Uno dei pochi autori, se non l’unico, che sia riuscito, con certo successo di pubblico, ad affrontare in modo non superficiale né distorto, tematiche e simbologie proprie alla tradizione esoterica nella sua opera teatrale e letteraria prima, cinematografica poi, ed infine perfino in quella fumettistica. La sua figura introduce un tema difficile e stimolante: la possibilità di affidare semi di una conoscenza ‘altra’ al linguaggio standardizzato e convulso dei mezzi di comunicazione di massa – negazione stessa di ogni forma iniziatica – cavalcando la tigre della modernità.

Il surrealismo è un linguaggio artistico che utilizza anche simboli inconsci, cioè simboli in grado di superare la barriera di censura logica della coscienza. Jodorowsky, epigono dei surrealisti, grande ammiratore di André Breton, negli anni 60 entra in contatto con una guaritrice messicana, Paquita. Vede in lei un modo di agire analogo a quello surrealista. Vede che i metodi che Paquita utilizza per guarire i suoi ‘pazienti’, non hanno nessun valore dal punto di vista della medicina canonica e tradizionale. Ma la forza di suggestione che li pervade, è tale da portare spesso il ‘paziente’ a reagire, a intraprendere egli stesso la strada per una guarigione, per ritrovare una forza positiva dentro di sé, oppure paradossalmente invece per un’accettazione serena della malattia.

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